Il terremoto dell'Aquilla tra distruzione e speranza



Il terremoto dell'Aquilla tra distruzione e speranza

di Ilaria Ortensi. Quando nell’Aprile del 2009 il terremoto colpì L’Aquila e i suoi dintorni, ricordo che alcuni miei colleghi fotografi si precipitarono a documentare l’evento. Per me, che sono originaria di quelle zone, sarebbe sembrato scontato andare a vedere cosa fosse accaduto portandomi dietro la macchina fotografica, ma questo non avvenne. Fotografare un dramma in atto è qualcosa con il quale non sono mai stata a mio agio e mi convinsi che avrei saputo resistere all’impulso di documentare la distruzione del terremoto. Lo stesso anno partii per gli Stati Uniti e solo nell’estate del 2010 mi affacciai in quelle zone. 


La mia prospettiva è cambiata nel momento in cui ho iniziato a camminare per le strade di Onna. Ad un anno dal terremoto il paese si mostrava come il giorno seguente dopo il disastro. Il racconto di un abitante, che nel crollo della sua casa aveva perso la moglie, non fece che rafforzare l’impressione che il tempo si fosse fermato a quella notte. Eppure, vedere la natura crescere sulle macerie, mi offrì un punto di vista inaspettato su quanto avevo di fronte. Sospesi nel tempo e incorniciati dallo sfondo degli Appennini Abruzzesi, questi paesi colpiti dal terremoto assumevano i vaghi contorni di un soggetto romantico. La memoria degli antichi ruderi si mescolava allo scenario della catastrofe, dando luogo ad un contrasto tra il fascino emanato dalle architetture distrutte e la loro verità sociale e politica. Mentre la vita quotidiana aspettava di essere liberata dalle case provvisorie, la natura, intanto, era impegnata a trasformare le macerie in rovine. Perché la differenza tra queste due accezioni è puramente temporale e la misura del tempo, in quel contesto di attesa, era data dal verde che avanzava sui detriti.


Il mio lavoro fotografico è partito da qui, dall’idea di prendere parte ad un evento troppo doloroso da descrivere ma così vasto da poter offrire altri punti d’accesso. Fra tutti i luoghi che ho visitato ho scelto di concentrarmi in particolare sul paesino di Castelnuovo la cui parte vecchia, sorgendo su di un’altura, gode di un rapporto privilegiato con il paesaggio circostante. Ho trascorso intere giornate esplorandone le strade e alcuni interni delle abitazioni tentando di catturare il senso di sospensione del tempo che solo i luoghi completamente abbandonati trasmettono in maniera così diretta. 


A sei anni di distanza la ricostruzione è iniziata ed è ancora in corso. In quanto testimonianza di quegli anni di attesa e d’incertezza questo progetto, portato avanti con intenti artistici, assume ora più che mai un valore documentaristico. Credo che allo stesso tempo possa anche servire da punto di partenza per interrogarsi sulla rinnovata identità comunitaria che si andrà a costruire con le nuove case. L’architettura, come si sa, disegnando i contorni dello spazio dà forma alle relazioni sociali. La speranza è che le nuove costruzioni sappiano accogliere la vita dei loro abitanti meglio delle rovine su cui sorgono, ma soprattutto che sappiano risarcirli di tutti gli errori che si sono accumulati sulle macerie.



Aggiornata il: Ven 04 Marzo 2016



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